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Centro antiviolenza a Cassano d’Adda

Un centro antiviolenza a Cassano d’Adda dal 2 maggio prossimo.

Il servizio fa parte di un ampio progetto sviluppato in 28 comuni dell’Adda-Martesana nell’ambito delle politiche regionali di prevenzione e contrasto della violenza maschile contro le donne (L.R.11/2012) ed è frutto della co-progettazione tra i comuni medesimi, la Fondazione Somaschi e la Cooperativa Dialogica che ben conosciamo in quanto partner nel progetto in rete energiRa, tuttora in svolgimento e nel progetto Cittadinanza Generattiva conclusosi il 31/12/16.

Della rete V.I.O.L.A. fanno parte anche l’Ats di Città metropolitana, l’Azienda sociosanitaria di Melegnano e della Martesana, le Forze dell’Ordine oltre a parecchie associazioni del Terzo Settore.

Il centro antiviolenza è stato presentato mercoledì mattina nella sede di Cassano, nel corso di una conferenza stampa. A fare gli onori di casa, l’assessore ai Servizi Sociali Arianna Moreschi (“Un desiderio finalmente realizzato, sul quale ho lavorato per anni”).

Con lei, al tavolo dei relatori, il presidente dei sindaci del Distretto 5, Lorenzo Fucci, l’ assessore ai Servizi alla Persona del comune di Melzo, Valentina Francapi, la responsabile dell’Ufficio Unico e Piano di Zona Distretto 5, Lorena Trabattoni e Valerio Pedroni della Fondazione Somaschi Onlus.

Il nuovo centro, ha affermato la dott.ssa Trabattoni “è un hub che porta competenza e specializzazione e rilancia verso le reti territoriali.”

Alla base, la co-progettazione di un nuovo modo di accoglienza della donna e condivisione con lei del progetto d’aiuto verso l’autonomia. Nel nostro Territorio negli ultimi anni il 30% delle donne tra 16 e 70 anni ha subito atti di violenza e il dato sembra in aumento, così come sono aumentate nello stesso periodo le denunce da parte dei pronto soccorso.

Al giorno d’oggi “c’è più consapevolezza da parte della donna di considerare questi atti di violenza, reato” ha proseguito Lorena Trabattoni, “Potendo monitorare meglio questi atti, riusciremo a nostra volta a dare risposte più adeguate. Entrare nel centro antiviolenza significa entrare in un sistema di mappatura che ci permetterà di avere riscontri oggettivi sui quali riprogrammare, riprogettare l’attività.”

Il Centro Antiviolenza si trova in via Verdi 22 a poca distanza dal nostro Cav ed è contattabile negli orari d’apertura riportati

Centro antiviolenza di Cassano d'Adda

Centro antiviolenza Viola

sul volantino nella foto a sinistra (clicca per ingrandire), al numero 393 1667083.

Il Centro Antiviolenza metterà a disposizione delle donne gratuitamente, una serie di servizi tra i quali:

  • spazio d’ascolto ed accoglienza
  • ascolto telefonico
  • sostegno psicologico
  • consulenza ed assistenza legale
  • supporto in un percorso di autonomia economica
  • ospitalità in case rifugio

EnergiRa

EnergiRa

EnergiRa – Energie che fanno girare la Comunità

è questo il titolo del nuovo grande progetto del gruppo Cassano Generattiva di cui facciamo parte.

Il progetto, presentato al bando “Doniamo energia”  è stato ammesso al finanziamento.

La partecipazione al bando (stesura del progetto, adempimenti fase 1, redazione budget economico, adempimenti fase 2) ed il successivo lavoro di impostazione ed organizzazione del lavoro ha richiesto quasi un anno. Ora siamo pronti a partire !

Ieri sera nell’aula consiliare, si è tenuta la presentazione di EnergiRa alle associazioni del Territorio, ai gruppi parrocchiali ed ai gruppi di volontariato. Molta attenzione è stata prestata alle parole delle relatrici, le quali hanno invitato le Realtà presenti a collaborare.

La serata è stata aperta con la proiezione del video del precedente progetto in rete – Cittadinanza generattiva – dalla cui esperienza è nato EnergiRa.

Buona l’accoglienza del progetto, un particolare apprezzamento è stato espresso da don Sandro Cappelletti, parroco dell’Annunciazione.

L’incontro con le associazioni e i gruppi cassanesi del 12/2/18

“Credo sia molto bello, a me piace tantissimo, perché ritengo che sia una bella onda d’urto dentro la comunità cassanese per risvegliare un nuovo modo di rapportarsi, nuove attenzioni”.  Il parroco ha apprezzato in particolar modo il lavoro in rete delle associazioni, “non è così scontato. E’ già un successo essere riusciti a mettersi in rete, a stendere insieme questo progetto, a pensarlo, a ottenere i finanziamenti.” Don Sandro ha poi proseguito sottolineando l’importanza di coinvolgere la comunità perché si crei un’attenzione “gli uni verso gli altri”.

Prossimamente l’incontro con le scuole e successivamente con la cittadinanza.

Bonus famiglia 2017

Bonus famiglia 2017

Il bonus famiglia 2017 della Regione Lombardia contiene alcune variazioni tra cui :

  • criterio della residenza in Lombardia da almeno 5 anni esteso ad ENTRAMBI i genitori
  • rilascio della scheda di valutazione della vulnerabilità anche da parte dei consultori.

Sul sito della Regione sono consultabili tutte le informazioni.

Per il colloquio per la valutazione della vulnerabilità è possibile recarsi presso il proprio Comune di residenza o presso il proprio consultorio di riferimento o presso i Centri di Aiuto alla Vita che hanno dato la propria disponibilità alla Regione.

Il Cav di Cassano ha dato la propria adesione nell’ambito del distretto 5 (Melzo). E’ possibile venire da noi senza appuntamento allo sportello, ogni giovedì dalle 10:30 alle 12:00 in via V. Veneto 73 a Cassano d’Adda.

Puoi richiedere un contatto anche tramite la nostra app gratuita per smartphone ComuniCav Cassano (scaricabile da play store), oppure via mail all’indirizzo info@cavcassano.it o sul nostro sito alla voce “contatti”.

Guarda il breve video sul “Bonus famiglia” nel quale abbiamo riepilogato le principali informazioni da conoscere.

 

SIA – Avvio del sostegno all’inclusione attiva

SIA – Avvio del sostegno all’inclusione attiva (SIA), il sussidio in sostegno delle famiglie per superare la condizione di povertà.

Cos’è il SIA ?

è una misura a contrasto della povertà che prevede un sussidio economico alle famiglie economicamente svantaggiate nelle quali siano presenti minorenni, figli disabili o donne in stato di gravidanza accertata.

Tale sussidio è subordinato all’adesione ad un progetto personalizzato di attivazione sociale e lavorativa sostenuto da una rete integrata di interventi, individuati dai servizi sociali dei Comuni, in rete con gli altri servizi del territorio (i centri per l’impiego, i servizi sanitari, le scuole) e con i soggetti del terzo settore, le parti sociali e tutta la comunità. Il progetto coinvolge tutti i componenti del nucleo familiare e prevede specifici impegni per adulti e minori sulla base di una valutazione globale delle problematiche e dei bisogni. L’obiettivo è quello di aiutare le famiglie a superare la condizione di povertà e raggiungere gradualmente l’autonomia.

logo inps, SIAGli interessati in possesso dei requisiti richiesti, potranno presentare le domande a partire dal 2 settembre 2016, direttamente al proprio Comune di residenza che, successivamente, provvederà ad inoltrarle all’Inps, ai fini della verifica automatica delle condizioni previste dal Decreto 26 maggio 2016 (soglia ISEE, presenza di eventuali altre prestazioni di natura assistenziale, situazione lavorativa ecc.).

Il sussidio sarà erogato attraverso una carta precaricata.

Tra i requisiti: la residenza in Italia da almeno due anni ed ISEE non superiore a 3.000 euro. Verifica tutti i requisiti sul sito INPS o consultando la Circolare 133/2016

 

Suffragette e ricorrenze

Settant’anni fa, nel marzo del 1946 in occasione delle elezioni amministrative e il 2 giugno 1946 in occasione del referendum tra monarchia e repubblica, in Italia le donne votavano per la prima volta. Dopo la tragedia della seconda guerra mondiale, il suffragio universale perfetto portava a compimento una battaglia cominciata in Italia all’indomani dell’Unità, passata attraverso le petizioni delle prime femministe all’inizio del Novecento e corroborata dalla partecipazione delle donne alla guerra di Resistenza…………………. il progetto di società democratica e partecipativa che si stava delineando, in cui le donne avrebbero continuato a lottare per affermare la parità dei loro diritti in ogni campo della vita privata e pubblica, dall’economia alla politica e alla cultura.
E’ questo lo spunto proposto dal Miur per la traccia del tema di argomento storico, della prima prova degli esami di maturità iniziati lo scorso 22 giugno.
Tacciata di banalità da alcuni, (lo storico Giovanni Sabbatucci su “La Repubblica” per esempio), troppo scontata per altri, la traccia comunque, richiama un tema importante ed attuale nonché un grande traguardo per le donne del nostro Paese che nella rivendicazione del diritto di voto si ispirarono alle suffragette di altre nazioni.

Le suffragette Lucy Burns e Katherine Morey

Le suffragette Lucy Burns e Katherine Morey

Curiosamente, lo stesso giorno di 99 anni prima, (22 giugno 1917) le suffragette americane Lucy Burns e Katherine Morey furono arrestate nel corso di una pacifica e silenziosa protesta di fronte alla Casa Bianca, mentre portavano uno striscione sul quale era citata una frase del presidente Woodrow Wilson: “Combatteremo per le cose che abbiamo sempre avuto a cuore, per la democrazia, per il diritto di coloro che si sottomettono all’autorità ad avere voce nei loro governi”.
Da qualche mese la femminista pro-life Alice Paul aveva organizzato picchetti davanti alla Casa Bianca.
Sfidando le intemperie, gli insulti e le violenze fisiche, più di un migliaio di donne (le “Sentinelle Silenziose”) rivendicarono giorno e notte tranne la domenica, il diritto di voto per le donne.
Il 27 giugno 1917, sei suffragette furono condannate a tre giorni di carcere per “ostacolo al traffico”.
Fu data loro la possibilità di pagare una multa di 25 dollari in luogo della galera, ma le donne scelsero il carcere dove chiesero di essere trattate come prigioniere politiche e continuarono la loro protesta mediante lo sciopero della fame.

Picchetto di suffragette davanti alla Casa Bianca

Picchetto di suffragette davanti alla Casa Bianca

Tre anni più tardi, il 18 agosto 1920, venne ratificato dai tre quarti degli Stati federati il XIX emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti d’America, che garantiva il diritto di voto alle donne in tutto il territorio della Federazione.

 

 

 

 

 

 

Foto tratte dal sito FeministsForLife.org

 

Sono femminista e contro l’aborto

Femminista e contro l’aborto. Un controsenso? Leggendo l’articolo di Erika Bachiochi, americana, ex-abortista, pubblicato sul sito di CNN nel gennaio dello scorso anno, sembrerebbe proprio di no. Lo riproponiamo tradotto (chi volesse leggere l’originale può farlo sul sito di CNN cliccando qui) nel giorno in cui si festeggia la donna. Un punto di vista interessante quello di Erika e per noi italiane del tutto o quasi, nuovo.

Ma Erika non è una voce isolata. Negli Stati Uniti numerosissimi gruppi e le associazioni femministe a favore della vita.

Manifestazione delle prime femministe americane (primo '900)

Manifestazione delle prime femministe americane (primo ‘900)

Si rifanno tutti alla tradizione delle prime femministe americane che lottavano per l’emancipazione della donna, per il diritto di voto (ottenuto nel 1920), per migliori condizioni lavorative, per la sicurezza sul posto di lavoro, contro la violenza, per il diritto all’istruzione dei bambini, contro lo sfruttamento del lavoro minorile, ma erano anti-abortiste.

Una di loro, Alice Paul (un gruppo femminista porta oggi il suo nome) scrisse che l’aborto “è il massimo sfruttamento delle donne”. Sulla stessa linea la femminista Susan B. Anthony ed Elizabeth Cady Stanton figura guida dei primi movimenti femministi americani.

Per leggere l’articolo clicca sul link: “Sono femminista e contro l’aborto” di Erika Bachiochi

 

 

Maternità surrogata: QT dell’on. Gigli

Maternità surrogata. QT dell’on. Gigli alla Camera – 01/03/2016

Riportiamo il question time dell’onorevole Gigli rivolto al Ministro della Salute Beatrice Lorenzin il primo marzo u.s. e la risposta del Ministro Lorenzin. Per il video dell’intero QT, clicca qui.

GIGLI. — Al Ministro della salute — Per sapere – premesso che: nella maternità surrogata si chiede a una donna di portare in grembo un bambino, per poi darlo via appena nato. Le si chiede anche di mutare il suo comportamento e di rischiare di diventare poi sterile; di accettare le eventuali patologie legate allo stato di gravidanza, potenzialmente anche molto pericolose e talora mortali. La donna deve mettere a disposizione il suo metabolismo per il desiderio di genitorialità di altre persone, dalle quali è usata come un contenitore e un’incubatrice;

a tutto questo si aggiungono una serie di scandali che hanno segnato la storia della maternità surrogata fin dai primi anni del suo impiego commerciale alla fine degli anni ’70, trovando larga eco sugli organi di stampa; il primo risale addirittura al 1986, quando dopo la nascita di «Baby M», la madre surrogata cambiò idea e fece di tutto per tenersi la sua bambina, fino a che, in lacrime, essa non le fu tolta dall’autorità giudiziaria; nel 2014 è venuto alla luce il caso di un miliardario giapponese che, per ragioni ancora sconosciute, ha comprato la disponibilità di numerose donne delle bidonville thailandesi, mettendo al mondo grazie ad esse ben 16 bambini; di recente si è registrato il caso della madre surrogata americana morta per complicazioni legate alla gravidanza; grande scalpore ha fatto il caso del bambino venuto alla luce in Thailandia su commissione di una coppia statunitense che lo rifiutò dopo aver constatato che era affetto da sindrome di Down. Il bambino fu accolto nonostante tutto dalla poverissima madre, incapace di sopprimere la creatura che aveva portato in grembo, malgrado non ne fosse la madre biologica; sono state oggetto di inchieste giornalistiche anche alcune vere e proprie industrie asiatiche per la produzione di bambini, all’interno delle quali le donne, che per povertà avevano sottoscritto i contratti per affittare il loro utero, vivevano in un regime di tipo quasi reclusorio, giustificato dalla necessità di controlli sanitari, che includevano anche la soluzione abortiva in house in caso di prodotto difettoso;

nell’insieme ne esce un quadro terrificante di sfruttamento e abuso; non stupisce che il settimanale satirico Charlie Hebdo, in una vignetta di successo, abbia descritto graficamente la maternità surrogata con l’immagine di due genitori che tenevano al laccio una schiava in evidente stato di gravidanza; nella vignetta sopra citata i due genitori erano evidentemente dello stesso sesso, ma la maternità surrogata è largamente diffusa purtroppo anche tra le coppie eterosessuali; nella maternità surrogata la vita umana è ridotta a oggetto di consumo; i sostenitori della pratica ne rivendicano peraltro il possibile uso altruistico: almeno nei casi in cui non vi è transazione di denaro non vi sarebbe sfruttamento, ma piuttosto generosità per un amico o un congiunto; purtroppo, come rilevato da una recente inchiesta ufficiale del Parlamento svedese, non vi sono prove che la legalizzazione della maternità surrogata «altruistica» legalising porterebbe a una chiara separazione da quella commerciale; piuttosto, l’esperienza internazionale dimostra il contrario.

Sono proprio i cittadini di Stati in cui la maternità surrogata è ammessa e diffusa, per esempio, a costituire i maggiori acquirenti stranieri in India e Nepal, per evidenti ragioni di convenienza economica. L’inchiesta svedese, peraltro, mostra come forme di pagamento in nero si verifichino anche nello stesso Regno Unito; del resto ci si chiede, perché mai, se non per denaro, una donna dovrebbe sottoporsi a tutto lo stress e i rischi che necessariamente comporta la gravidanza; in realtà, nella cosiddetta gestazione altruistica, la donna va incontro alle stesse cose della maternità surrogata a fini commerciali, ricevendone in cambio solo un’aura di benemerenza morale, un compenso troppo basso e che può risultare attrattivo solo in quelle società in cui le donne sono apprezzate esclusivamente per la loro capacità di sacrificio e non già per i loro successi;

in Italia la maternità surrogata è vietata dalla legge n. 40 del 2004 (articolo 12), tale divieto è rimasto in piedi malgrado tutte le modifiche apportate al testo originario della legge da interventi a giudizio dell’interrogante demolitivi della magistratura ordinaria e costituzionale; fortunatamente l’opposizione alla maternità surrogata sta crescendo in tutta Europa.

Di recente il Parlamento europeo ne ha chiesto la messa al bando e due settimane fa la commissione d’inchiesta governativa svedese ha chiesto al Parlamento non solo di bandire la pratica dell’utero in affitto in patria, ma anche di adottare misure che impediscano ai cittadini svedesi di servirsi di essa in altri Paesi; anche dal punto di vista culturale l’opposizione a questa pratica di sfruttamento del corpo femminile sta crescendo; inizialmente diviso su questo tema, il movimento femminista lo sta ora mettendo in cima alla sua agenda; all’inizio di febbraio 2016 femministe e attivisti per i diritti umani provenienti da tutto il mondo si sono riuniti a Parigi, firmando solennemente una carta in cui si chiede la messa al bando internazionale della maternità surrogata; anche nell’ambito della cultura marxista stanno levandosi voci significative contro l’affitto dell’utero femminile, tra esse quelle di Mario Tronti, Giuseppe Vacca, Marco Rizzo, Diego Fusaro; malgrado ogni tentativo di far passare un messaggio da famiglia felice, nel quale si sono distinti personaggio come Elton John, resta giustamente nell’opinione pubblica l’idea odiosa di un’industria in cui sia possibile vendere e comprare bambini, di una società in cui i bambini siano prodotti dalle donne in difficoltà, soprattutto dei Paesi poveri, per soddisfare i desideri delle società più agiate;

in un mondo occidentale in cui, anche per le difficoltà economiche che gravano sulle famiglie, è sempre più difficile fare figli, la madre perde il diritto anche ad essere chiamata mamma, costretta a sottoporsi totalmente alle esigenze del mercato, mentre, per chi può permetterselo, la «produzione» dei figli è appaltata in outsourcing, secondo criteri di convenienza industriale; resta tuttavia la sorpresa ed il disgusto nel constatare con quale facilità sia ignorata la Convenzione Onu sui diritti del bambino: ufficialmente nessun Paese permette la vendita di esseri umani, ma sembra che a nessuno importi della vendita di bambini, ammantata anzi di un alone di modernità e bellezza grazie al fatto che a servirsene sono soprattutto personaggi famosi, immortalati sui rotocalchi e nei telegiornali insieme ai neonati sottratti alle loro madri;

India e Thailandia stanno portando avanti importanti azioni di contenimento di questo turpe commercio e non vogliono più che le loro donne vengano messe a lavorare in condizioni di sfruttamento nell’industria dei bambini; è tempo dunque che anche i Paesi occidentali, dai quali partono i ricchi compratori, si assumano le loro responsabilità ponendo in atto iniziative e leggi per scoraggiare la domanda; anche l’Italia è chiamata a fare la sua parte, essendo moralmente inaccettabile che il divieto di questa pratica possa essere aggirato grazie all’impossibilità di sanzionarlo se la maternità surrogata è eseguita all’estero; sta accadendo in questo campo quanto accade già per la vendita di gameti per la fecondazione eterologa – un’altra modalità di commercializzazione del corpo umano e di sfruttamento del corpo delle donne – per la quale il divieto previsto dalla legge italiana è aggirato da alcune regioni con l’acquisto da altri Paesi, nei quali stranamente – a differenza dell’Italia – le donatrici sembrano abbondare –: quale iniziative, anche di carattere normativo, il Governo intenda porre in atto con urgenza per far sì che il divieto previsto dalla legge n. 40 del 2004 possa essere perseguito anche se la maternità surrogata sia realizzata all’estero. (3-02069)

BEATRICE LORENZIN, Ministra della salute. Grazie. Ringrazio l’onorevole Gigli per l’interrogazione, che mi consente, anche dopo quella dell’onorevole Binetti, di ribadire ancora una volta la mia più ferma condanna nei confronti di una pratica, quella della cosiddetta maternità surrogata, che non ho esitato a definire un vero e proprio abominio; pratica che, ricordo, come avete detto anche voi, essere proibita dalla legge in Italia e, quindi, attualmente è illegittima.
In questi giorni moltissimi esponenti della politica delle più diverse provenienze ed appartenenze e della stessa società civile hanno preso posizione contro la cosiddetta maternità surrogata e anche il nostro Presidente del Consiglio si è espresso in tal senso.

Per quanto riguarda la domanda postami dall’onorevole Gigli, io ritengo di considerare le forme e i modi più opportuni per raggiungere questo obiettivo comune in sede parlamentare. Quindi, credo che ci sarà l’opportunità in sede parlamentare di cercare e trovare un largo consenso su questo tema.

RAI: CRIMINALIZZAZIONE MEDICI OBIETTORI ?

E’ quanto afferma il prof. Gian Luigi Gigli, presidente del Movimento per la Vita a proposito della puntata del 17 gennaio di ‘Presa Diretta’ andata in onda su RAI Tre.

Ecco il comunicato stampa di Gigli ripreso al momento da ANSA, Dire e Italpress:

COMUNICATO STAMPA – RAI: GIGLI (MOVIMENTO VITA), GRAVE CRIMINALIZZAZIONE MEDICI OBIETTORI. COMMISSIONE VIGILANZA E ORDINI MEDICI INTERVENGANO

Roma, 18 GEN –  “Esprimiamo tutto il nostro sdegno per l’ennesima criminalizzazione dei medici obiettori andata in onda ieri sera nel corso della trasmissione ‘Presa diretta’ su Rai Tre, con il servizio pubblico responsabile della divulgazione di un prodotto infarcito di falsità. Invitiamo la Commissione di Vigilanza RAI ad intervenire correggendo l’uso dell’informazione a fini ideologici e la Federazione nazionale degli ordini dei medici a reagire a questo attacco ai fondamenti etici della professione”. Lo dichiara in una nota il presidente del Movimento per la Vita Italiano e deputato del gruppo parlamentare ‘Democrazia Solidale-Centro Democratico’, Gian Luigi Gigli.

“L’obiezione di coscienza non costituisce una benevola concessione da parte di uno Stato fonte di ogni diritto, bensì – sottolinea Gigli – un diritto che, al pari del diritto alla vita, lo Stato democratico può soltanto riconoscere, se vuole  distinguersi dai regimi autoritari.

Il rispetto della coscienza dei singoli connota soprattutto le democrazie pluraliste, in cui la mancanza di valori condivisi non può essere sostituita dall’imposizione per legge di un’etica, se pur maggioritaria. Rappresenta una difesa della coscienza del singolo, quando le leggi e le istituzioni mettono in discussione i diritti naturali, primo tra i quali il diritto alla vita. La richiesta di sopprimere la vita di un essere umano fa nascere, infatti, un insanabile conflitto nell’animo di chi ha scelto di curare e di aver cura.

I dati ufficiali del Governo hanno il pregio di dimostrare la pretestuosità degli attacchi ai medici obiettori di coscienza, contro i quali vengono periodicamente riproposti ostacoli alla progressione di carriera e concorsi riservati ai medici non obiettori.

Il Ministero della salute conferma infatti che non emergono criticità nella fornitura del ‘servizio’, riconducibili alla testimonianza a favore della vita dei medici obiettori. Continuano infatti a diminuire i tempi di attesa fra rilascio della certificazione e intervento, mentre il 90.8% delle IVG viene effettuato nella regione di residenza, anche perché ogni 75 strutture in cui si partorisce ve ne sono 5 in cui si fa  un’IVG: un dato decisamente elevato se si tiene conto che per fortuna il numero di IVG è pari a circa il 20% del numero di nascite. I medici non obiettori non possono nemmeno lamentare di essere ghettizzati a fare aborti, effettuando in media 1.6 aborti a settimana, con un minimo di 0.5 per la Sardegna e un massimo di 4.7 IVG per il Molise. Impossibile dunque che il carico di ‘lavoro’ legato alle IVG impegni tutta l’attività lavorativa di chi si è reso disponibile ad eseguire aborti.

Mentre si assiste alla cancellazione dei punti nascita, vi è il sospetto che l’insistenza nel voler penalizzare gli obiettori possa mascherare il tentativo di privilegiare le carriere  dei non obiettori a danno dei medici che optano per la sacralità della vita.

La presenza di obiettori è sotto attacco in Italia e nel resto d’Europa perché disturba chi vorrebbe fare dell’aborto un diritto e costituisce un silenzioso richiamo per tutte le coscienze sul valore della vita umana e sui diritti del nascituro”.

On. Prof. Gian Luigi Gigli

Presidente del Movimento per la Vita Italiano


		

Aborto, una tragedia da non banalizzare

«Aborto, una tragedia da non banalizzare».

Così titola il quotidiano “Avvenire” a pagina 15 dell’edizione odierna. Prendendo spunto dai recenti 4 casi di donne morte in sala parto e di quella morta durante un aborto, il giornalista Paolo Ferrario parla con il prof. Gianluigi Gigli presidente del Movimento per la Vita.

«Per non morire di parto bisogna migliorare l’efficienza dei punti nascita e non è detto che il modo migliore sia chiudere quelli che non arrivano a 500 parti all’anno». Non sempre, insomma, “razionalizzazione” e “sicurezza” vanno di pari passo, ricorda il presidente del Movimento per la Vita, Gian Luigi Gigli, che interviene sui decessi in sala parto delle ultime settimane, avanzando riserve su uno dei capisaldi del Piano del ministero della Salute su gestione e modelli dei punti nascita. «Prima di pensare di sopprimere il servizio in tante località sulla base di dati puramente quantitativi – sottolinea Gigli – sarebbe forse preferibile valutare per ognuno di essi le prestazioni, in termini di esiti e di complicanze».

Più avanti prosegue l’articolo:

In primo luogo, osserva il presidente del Movimento per la vita, chi vuole evitare che le donne muoiano durante un’interruzione di gravidanza, «dovrebbe lavorare con noi per rimuovere le cause socio-economiche che portano tante donne all’aborto». Oggi questo servizio viene svolto «senza alcun efficace intervento preventivo da parte delle istituzioni, ma soltanto con l’aiuto dei volontari dei nostri Centri di Aiuto alla Vita»

Avvenire aborto parto

L’articolo del quotidiano Avvenire

Giocolando Insieme – Spazio adulti bambini 0-3 anni

E’ stato inaugurato stamattina lo spazio per adulti e bambini 0-3 anni “Tempo per le Famiglie – Giocolando Insieme”.

In un ambiente piacevole ed attrezzato, i piccoli potranno giocare insieme potendo contare anche su un’educatrice che proporrà ed organizzerà momenti di gioco. Gli adulti potranno partecipare ai giochi ed ai laboratori, allo stesso tempo confrontandosi con gli altri adulti.

Non un luogo dove “lasciare i propri figli ma un luogo dove stare con i propri figli” come ha sottolineato l’assessore ai Servizi Sociali Arianna Moreschi.

“Giocolando Insieme” si trova a Cassano d’Adda, nella frazione di Cascine S. Pietro, in Via Castellazzi.

E’ aperto il martedì e giovedì dalle 10:00 alle 12:00 e il mercoledì dalle 16:00 alle 18:00

Per ulteriori informazioni e costi clicca qui oppure rivolgiti all’ufficio Servizi Sociale del Comune (tel. 0363 366254)

Per tutto il mese di dicembre, l’accesso allo Spazio è gratuito !

Da gennaio l’ingresso sarà a pagamento. Si potrà scegliere tra una quota fissa mensile oppure una baby card da 5, 10 o 20 ingressi. Un’utile e simpatica idea regalo, che darà la possibilità di “provare” questo nuovo servizio accessibile anche ai non residenti.

Tempo per le Famiglie - Giocolando Insieme. Attività di dicembre

Tempo per le Famigli – Giocolando Insieme.
Attività di dicembre

Un momento dell'inaugurazione

Tempo per le Famiglie – Giocolando Insieme