Maternità surrogata: QT dell’on. Gigli

Maternità surrogata: QT dell’on. Gigli

Maternità surrogata. QT dell’on. Gigli alla Camera – 01/03/2016

Riportiamo il question time dell’onorevole Gigli rivolto al Ministro della Salute Beatrice Lorenzin il primo marzo u.s. e la risposta del Ministro Lorenzin. Per il video dell’intero QT, clicca qui.

GIGLI. — Al Ministro della salute — Per sapere – premesso che: nella maternità surrogata si chiede a una donna di portare in grembo un bambino, per poi darlo via appena nato. Le si chiede anche di mutare il suo comportamento e di rischiare di diventare poi sterile; di accettare le eventuali patologie legate allo stato di gravidanza, potenzialmente anche molto pericolose e talora mortali. La donna deve mettere a disposizione il suo metabolismo per il desiderio di genitorialità di altre persone, dalle quali è usata come un contenitore e un’incubatrice;

a tutto questo si aggiungono una serie di scandali che hanno segnato la storia della maternità surrogata fin dai primi anni del suo impiego commerciale alla fine degli anni ’70, trovando larga eco sugli organi di stampa; il primo risale addirittura al 1986, quando dopo la nascita di «Baby M», la madre surrogata cambiò idea e fece di tutto per tenersi la sua bambina, fino a che, in lacrime, essa non le fu tolta dall’autorità giudiziaria; nel 2014 è venuto alla luce il caso di un miliardario giapponese che, per ragioni ancora sconosciute, ha comprato la disponibilità di numerose donne delle bidonville thailandesi, mettendo al mondo grazie ad esse ben 16 bambini; di recente si è registrato il caso della madre surrogata americana morta per complicazioni legate alla gravidanza; grande scalpore ha fatto il caso del bambino venuto alla luce in Thailandia su commissione di una coppia statunitense che lo rifiutò dopo aver constatato che era affetto da sindrome di Down. Il bambino fu accolto nonostante tutto dalla poverissima madre, incapace di sopprimere la creatura che aveva portato in grembo, malgrado non ne fosse la madre biologica; sono state oggetto di inchieste giornalistiche anche alcune vere e proprie industrie asiatiche per la produzione di bambini, all’interno delle quali le donne, che per povertà avevano sottoscritto i contratti per affittare il loro utero, vivevano in un regime di tipo quasi reclusorio, giustificato dalla necessità di controlli sanitari, che includevano anche la soluzione abortiva in house in caso di prodotto difettoso;

nell’insieme ne esce un quadro terrificante di sfruttamento e abuso; non stupisce che il settimanale satirico Charlie Hebdo, in una vignetta di successo, abbia descritto graficamente la maternità surrogata con l’immagine di due genitori che tenevano al laccio una schiava in evidente stato di gravidanza; nella vignetta sopra citata i due genitori erano evidentemente dello stesso sesso, ma la maternità surrogata è largamente diffusa purtroppo anche tra le coppie eterosessuali; nella maternità surrogata la vita umana è ridotta a oggetto di consumo; i sostenitori della pratica ne rivendicano peraltro il possibile uso altruistico: almeno nei casi in cui non vi è transazione di denaro non vi sarebbe sfruttamento, ma piuttosto generosità per un amico o un congiunto; purtroppo, come rilevato da una recente inchiesta ufficiale del Parlamento svedese, non vi sono prove che la legalizzazione della maternità surrogata «altruistica» legalising porterebbe a una chiara separazione da quella commerciale; piuttosto, l’esperienza internazionale dimostra il contrario.

Sono proprio i cittadini di Stati in cui la maternità surrogata è ammessa e diffusa, per esempio, a costituire i maggiori acquirenti stranieri in India e Nepal, per evidenti ragioni di convenienza economica. L’inchiesta svedese, peraltro, mostra come forme di pagamento in nero si verifichino anche nello stesso Regno Unito; del resto ci si chiede, perché mai, se non per denaro, una donna dovrebbe sottoporsi a tutto lo stress e i rischi che necessariamente comporta la gravidanza; in realtà, nella cosiddetta gestazione altruistica, la donna va incontro alle stesse cose della maternità surrogata a fini commerciali, ricevendone in cambio solo un’aura di benemerenza morale, un compenso troppo basso e che può risultare attrattivo solo in quelle società in cui le donne sono apprezzate esclusivamente per la loro capacità di sacrificio e non già per i loro successi;

in Italia la maternità surrogata è vietata dalla legge n. 40 del 2004 (articolo 12), tale divieto è rimasto in piedi malgrado tutte le modifiche apportate al testo originario della legge da interventi a giudizio dell’interrogante demolitivi della magistratura ordinaria e costituzionale; fortunatamente l’opposizione alla maternità surrogata sta crescendo in tutta Europa.

Di recente il Parlamento europeo ne ha chiesto la messa al bando e due settimane fa la commissione d’inchiesta governativa svedese ha chiesto al Parlamento non solo di bandire la pratica dell’utero in affitto in patria, ma anche di adottare misure che impediscano ai cittadini svedesi di servirsi di essa in altri Paesi; anche dal punto di vista culturale l’opposizione a questa pratica di sfruttamento del corpo femminile sta crescendo; inizialmente diviso su questo tema, il movimento femminista lo sta ora mettendo in cima alla sua agenda; all’inizio di febbraio 2016 femministe e attivisti per i diritti umani provenienti da tutto il mondo si sono riuniti a Parigi, firmando solennemente una carta in cui si chiede la messa al bando internazionale della maternità surrogata; anche nell’ambito della cultura marxista stanno levandosi voci significative contro l’affitto dell’utero femminile, tra esse quelle di Mario Tronti, Giuseppe Vacca, Marco Rizzo, Diego Fusaro; malgrado ogni tentativo di far passare un messaggio da famiglia felice, nel quale si sono distinti personaggio come Elton John, resta giustamente nell’opinione pubblica l’idea odiosa di un’industria in cui sia possibile vendere e comprare bambini, di una società in cui i bambini siano prodotti dalle donne in difficoltà, soprattutto dei Paesi poveri, per soddisfare i desideri delle società più agiate;

in un mondo occidentale in cui, anche per le difficoltà economiche che gravano sulle famiglie, è sempre più difficile fare figli, la madre perde il diritto anche ad essere chiamata mamma, costretta a sottoporsi totalmente alle esigenze del mercato, mentre, per chi può permetterselo, la «produzione» dei figli è appaltata in outsourcing, secondo criteri di convenienza industriale; resta tuttavia la sorpresa ed il disgusto nel constatare con quale facilità sia ignorata la Convenzione Onu sui diritti del bambino: ufficialmente nessun Paese permette la vendita di esseri umani, ma sembra che a nessuno importi della vendita di bambini, ammantata anzi di un alone di modernità e bellezza grazie al fatto che a servirsene sono soprattutto personaggi famosi, immortalati sui rotocalchi e nei telegiornali insieme ai neonati sottratti alle loro madri;

India e Thailandia stanno portando avanti importanti azioni di contenimento di questo turpe commercio e non vogliono più che le loro donne vengano messe a lavorare in condizioni di sfruttamento nell’industria dei bambini; è tempo dunque che anche i Paesi occidentali, dai quali partono i ricchi compratori, si assumano le loro responsabilità ponendo in atto iniziative e leggi per scoraggiare la domanda; anche l’Italia è chiamata a fare la sua parte, essendo moralmente inaccettabile che il divieto di questa pratica possa essere aggirato grazie all’impossibilità di sanzionarlo se la maternità surrogata è eseguita all’estero; sta accadendo in questo campo quanto accade già per la vendita di gameti per la fecondazione eterologa – un’altra modalità di commercializzazione del corpo umano e di sfruttamento del corpo delle donne – per la quale il divieto previsto dalla legge italiana è aggirato da alcune regioni con l’acquisto da altri Paesi, nei quali stranamente – a differenza dell’Italia – le donatrici sembrano abbondare –: quale iniziative, anche di carattere normativo, il Governo intenda porre in atto con urgenza per far sì che il divieto previsto dalla legge n. 40 del 2004 possa essere perseguito anche se la maternità surrogata sia realizzata all’estero. (3-02069)

BEATRICE LORENZIN, Ministra della salute. Grazie. Ringrazio l’onorevole Gigli per l’interrogazione, che mi consente, anche dopo quella dell’onorevole Binetti, di ribadire ancora una volta la mia più ferma condanna nei confronti di una pratica, quella della cosiddetta maternità surrogata, che non ho esitato a definire un vero e proprio abominio; pratica che, ricordo, come avete detto anche voi, essere proibita dalla legge in Italia e, quindi, attualmente è illegittima.
In questi giorni moltissimi esponenti della politica delle più diverse provenienze ed appartenenze e della stessa società civile hanno preso posizione contro la cosiddetta maternità surrogata e anche il nostro Presidente del Consiglio si è espresso in tal senso.

Per quanto riguarda la domanda postami dall’onorevole Gigli, io ritengo di considerare le forme e i modi più opportuni per raggiungere questo obiettivo comune in sede parlamentare. Quindi, credo che ci sarà l’opportunità in sede parlamentare di cercare e trovare un largo consenso su questo tema.

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